Thriller: il disco che riscrisse le regole del pop

La storia dell'album che infranse ogni record: la vera storia di Thriller di Michael Jackson
Thriller – Cover Album

La notte del 29 novembre 1982, quando Thriller uscì negli Stati Uniti, nessuno poteva immaginare che quel disco avrebbe riscritto per sempre le regole dell’industria musicale. Nemmeno Michael Jackson, che pure aveva sognato in grande, poteva prevedere che quel suo sesto album in studio sarebbe diventato il disco più venduto nella storia della musica, con una stima di 100 milioni di copie vendute a livello globale. Era un disco nato dall’ambizione sfrenata di un ventiduenne che voleva qualcosa di più che un semplice successo: voleva la perfezione. E ce l’ha fatta.

Thriller è il momento in cui la musica pop ha smesso di essere divisa per colore della pelle, è l’istante in cui i videoclip sono diventati opere d’arte, è la sera in cui un passo di danza – il Moonwalk – ha fermato il mondo davanti alla televisione. È la dimostrazione che quando talento assoluto, ambizione visionaria e timing perfetto si incontrano, accade qualcosa che supera la musica per diventare fenomeno culturale.

Il peso di Off the Wall: quando il successo non basta mai

Per capire Thriller bisogna tornare indietro al 10 agosto 1979, quando Michael Jackson pubblicò Off the Wall, il suo primo vero album da solista per la Epic Records. Prodotto da Quincy Jones e impreziosito dalla collaborazione con Paul McCartney e Stevie Wonder, quel disco aveva venduto oltre 10 milioni di copie tra il 1979 e il 1982, arrivando poi a superare i 30 milioni negli anni successivi. Per chiunque altro, sarebbe stato il trionfo della carriera. Per Michael Jackson, era solo il punto di partenza.

Off the Wall aveva fatto qualcosa che andava oltre le vendite: aveva infranto le barriere razziali della musica americana. Jackson era diventato il primo artista di colore a entrare stabilmente nella Billboard 200, all’epoca una classifica riservata quasi esclusivamente agli artisti bianchi. Aveva vinto tre American Music Award e un Grammy per Don’t Stop ‘Til You Get Enough. Ma Michael sentiva che poteva fare di più, molto di più. Il suo obiettivo era impossibile quanto chiaro: voleva che ogni singola canzone del suo prossimo album fosse un potenziale successo. Niente riempitivi, niente pezzi di transizione. Solo hit.

L’ispirazione gli venne da un posto inaspettato: Lo schiaccianoci di Čajkovskij. “Se prendi un’opera come la suite de Lo schiaccianoci,” dichiarò in un’intervista alla rivista Ebony, “ogni pezzo è micidiale, ognuno. Quindi mi sono detto: ‘Perché non può esserci un album pop in cui ogni canzone è una hit?’ Quindi ho sempre cercato di lottare per questo.”

Dopo la parentesi con i fratelli per l’album Triumph dei Jacksons nel 1980 e il relativo tour concluso nel settembre 1981, Michael era pronto. Confermò Quincy Jones come produttore, ma questa volta voleva essere co-produttore, prendere il controllo creativo, scegliere quali brani estrarre, partecipare agli arrangiamenti. Non voleva più essere solo l’interprete: voleva essere l’architetto del suo destino.

Dentro gli studi: dove la perfezione diventa ossessione

Il 14 aprile 1982, le porte dei Westlake Recording Studios di Beverly Boulevard si aprirono su quello che sarebbe diventato un esperimento di ingegneria sonora senza precedenti. Il budget? 750.000 dollari, una cifra enorme per l’epoca. Ma Michael Jackson e Quincy Jones non stavano cercando di fare un disco qualunque: stavano cercando di creare il futuro.

Bruce Swedien, il geniale ingegnere del suono che aveva già lavorato su Off the Wall, tornò come capo tecnico audio. La sua ossessione per la qualità sonora si sposava perfettamente con il perfezionismo maniacale di Jackson. Swedien implementò l’Acusonic Recording Process, una tecnica rivoluzionaria che permetteva di missare fino a 24 tracce su più nastri magnetici, dando accesso a un numero praticamente illimitato di tracce. Questo permise a Swedien di dedicarsi alla sua passione per le registrazioni stereo, migliorando il senso della larghezza, il realismo e l’immediatezza emotiva del suono.

Ma la tecnologia da sola non bastava. Per dare maggior risalto alle doti canore di Jackson, Swedien chiese ai falegnami dello studio di costruire una piattaforma di legno sulla quale Michael potesse riverberare meglio la sua voce verso il microfono, uno Shure SM 7. E c’era un’altra peculiarità che rendeva Jackson diverso da qualsiasi altro artista: rimaneva sveglio la notte prima di ogni sessione di registrazione per imparare i testi a memoria, in modo da poter registrare interi brani al buio, evitando ogni possibile distrazione.

“Michael non era mai in ritardo per una sessione,” ricordò Swedien, “semmai sarebbe arrivato in anticipo. Inoltre, non ricordo mai di aver registrato Michael con i testi davanti a lui. Stava sveglio la notte prima per memorizzare la canzone o le canzoni che stavamo per registrare. Non credo che ci siano molti artisti che fanno questo.”

L’intensità delle sessioni raggiunse livelli quasi disumani. Quincy Jones raccontò a Rolling Stone: “Quando stavamo finendo Beat It, stavamo lavorando in tre studi di registrazione in contemporanea. Avevamo Eddie Van Halen in uno; Michael in un altro, cantando una parte della canzone attraverso un tubo di cartone; e noi stavamo missando in un altro. Lavoravamo cinque notti e cinque giorni, senza dormire.”

Su 30 canzoni pensate per l’album, ne vennero incluse solo 9. Ma che nove canzoni: Wanna Be Startin’ Somethin’, The Girl Is Mine in duetto con Paul McCartney, Billie Jean, Beat It con l’assolo di chitarra di Eddie Van Halen, Human Nature scritta da Steve Porcaro dei Toto, P.Y.T. (Pretty Young Thing), Baby Be Mine, The Lady in My Life e la title track Thriller scritta da Rod Temperton.

Billie Jean: quando un giro di basso cambia la storia

Se c’è un momento in cui puoi sentire l’essenza di Thriller, è nei primi secondi di Billie Jean. Quel giro di basso ipnotico, quella batteria secca e precisa, quella voce che arriva come un sussurro carico di tensione. La canzone nacque da un’esperienza inquietante: durante il Triumph Tour del 1981, una donna accusò uno dei fratelli Jackson di essere il padre dei suoi gemelli. Si faceva chiamare “Billie Jean Jackson” e aveva inviato lettere e persino una pistola. L’episodio turbò così tanto Michael da causargli incubi.

La prima demo del brano fu scritta ad Hayvenhurst nell’autunno del 1981. Michael raccontò di aver avuto l’ispirazione mentre guidava la sua Rolls-Royce Silver Shadow a Los Angeles. Era così immerso nei pensieri della canzone che non si accorse che la sua automobile aveva preso fuoco. Un ragazzo in bicicletta lo avvertì del pericolo e Jackson si salvò.

Quando presentò il pezzo a Quincy Jones, il produttore non gradì né il titolo né l’introduzione strumentale, che trovava troppo lunga. Propose di rinominare la canzone Not My Lover e di accorciare l’intro. Ma Michael tenne duro: “È proprio quel giro di basso a farmi venire voglia di ballarci sopra.” E alla fine vinse lui su entrambe le questioni.

Per ottenere il suono perfetto della batteria, Bruce Swedien progettò una fodera speciale che coprisse la parte frontale della grancassa, con una fessura al centro dove inserì un microfono. Per il basso, il bassista Louis Johnson fu costretto da Jackson a risuonare la parte con tutti gli strumenti in suo possesso finché Michael non scelse un Yamaha, il cui suono ricco e vivace gli sembrò ideale.

La leggenda vuole che Michael abbia registrato la voce principale in un’unica sessione, ma l’arrangiamento richiese un lavoro maniacale. Billie Jean venne missata da Bruce Swedien per 91 volte. Novantuno. Il brano fu completato solamente una settimana prima dell’uscita dell’album, fissata dalla Epic Records per il 30 novembre 1982.

Beat It: quando il rock bianco incontra il funk nero

Sul finire delle sessioni, Quincy Jones non era soddisfatto. Sosteneva che il disco fosse “troppo piatto” e che, perché un album fosse davvero completo, avrebbe dovuto catturare un pubblico eterogeneo, saggiando almeno quattro aree musicali diverse. Invitò quindi Michael a portargli un brano di genere hard rock.

La nascita di Beat It era già avvenuta sei mesi prima, quando Michael ne aveva scritto e registrato una demo nella sua villa di Hayvenhurst ad Encino. Ma il brano aveva bisogno di qualcosa in più, qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima: un vero assolo rock. E per quello serviva il migliore.

Eddie Van Halen, il chitarrista dei Van Halen, accettò di partecipare al progetto. Steve Lukather raccontò che Van Halen suonò delle improvvisazioni e il celebre assolo fu montato tagliando e incollando spezzoni di nastro. Il risultato fu un esempio fondamentale di crossover, un incrocio perfetto tra l’R&B della black music e il rock e l’heavy metal dei bianchi. Beat It introdusse sul mercato il cosiddetto “rock nero”, o come lo definirono alcuni critici, il “dance metal”.

“Volevo scrivere il tipo di canzone rock che mi avrebbe fatto venire voglia di uscire a comprarla,” dichiarò Jackson, “ma anche qualcosa di totalmente diverso dal tipo di musica rock che ascoltavo alla radio.”

Thriller: la canzone che divenne un film

Nell’agosto del 1982 iniziarono le registrazioni di Starlight, titolo provvisorio della title track che avrebbe dovuto dare il nome all’album: Give Me Starlight. Ma Quincy Jones non era convinto del testo. Decise di dare al brano un’impronta macabra, un omaggio ai grandi capolavori horror del passato. Michael, che negli ultimi tempi aveva iniziato a seguire film come Psycho e a leggere Edgar Allan Poe, accolse l’idea con entusiasmo.

Venne chiamato Rod Temperton, il compositore britannico già autore di Baby Be Mine e The Lady in My Life. Temperton riscrisse la canzone a tempo di record mentre si dirigeva verso i Westlake Studios in taxi di notte, trovando ispirazione nell’atmosfera cupa e misteriosa che avvolgeva la città. Starlight divenne Thriller.

Il testo prevedeva un finale parlato in stile rap, e qualcuno suggerì di coinvolgere Vincent Price, il leggendario attore horror. La sua voce profonda e inquietante fu perfetta per creare quell’aura di terrore che il brano richiedeva.

Ma la vera magia stava negli effetti sonori. Bruce Swedien voleva ululati di lupo per l’intro e pensò di usare il suo alano di 90 chili. L’animale si rivelò talmente ostinato che fu Michael stesso a emettere gli ululati, e il risultato fu così convincente che lo utilizzarono per la versione finale. Il rumore di una porta che cigola venne riprodotto usando porte per effetti speciali prese in prestito dagli Universal Studios. Per i tuoni, forarono la base di una lattina e vi inserirono una molla, creando una cassa armonica che produceva un suono simile a quello di un temporale.

The Girl Is Mine: quando due leggende si divertono in studio

Il primo brano ad essere inciso fu The Girl Is Mine, il duetto con Paul McCartney. Michael voleva un duetto nell’album e pensò subito all’ex Beatles, con cui aveva già registrato Say Say Say e The Man. Raggiunse Paul nella sua fattoria nel sud della Scozia e insieme completarono musiche e testi mentre guardavano i cartoni animati alla televisione.

Il duetto vero e proprio fu registrato dal 14 al 16 aprile 1982 ai Westlake Studios. “La canzone che mi è piaciuta di più registrare in tutta la mia carriera è probabilmente The Girl Is Mine,” dichiarò Michael a Rolling Stone, “perché lavorare con Paul McCartney è stato emozionante e ci siamo letteralmente divertiti. È stato tutto un gioco, ci lanciavamo oggetti addosso e ci facevamo scherzi.”

Questa canzone fu una di quelle che aiutò ad abbattere la segregazione razziale nelle radio americane. Era il primo duetto nella storia della musica in cui un uomo di colore e un uomo bianco si contendevano la stessa ragazza. Le radio furono costrette a riconsiderare le loro obsolete categorizzazioni.

Human Nature: la canzone con le ali

Human Nature arrivò per caso, quasi per miracolo. Steve Porcaro dei Toto l’aveva scritta per sua figlia Heather durante le sessioni di Africa, ma il brano non superò le fasi finali del missaggio di Toto IV e rimase incompiuto. Quando Quincy Jones invitò i membri dei Toto a cercare materiale per Thriller, David Paich si ricordò di quella cassetta in soffitta.

Jones volle ascoltarla e fu Michael a rimanerne incantato, definendola “una canzone con le ali”. La scrittura venne completata da Porcaro e John Bettis in un’ora e mezza. I membri dei Toto rimasero sorpresi dal modo in cui Michael lasciò loro totale libertà creativa: “Michael ci coinvolse molto nel progetto, ed era un perfezionista,” ricordò David Paich. “Stava sempre in sala con noi, seduto da una parte, dicendo: ‘Io voglio solo che voi abbiate la più completa libertà di quello che fate. Immaginate di essere Michelangelo mentre dipinge la Cappella Sistina. Non avete limiti.'”

La copertina: l’eleganza che divenne icona

La copertina di Thriller fu realizzata dal fotografo Dick Zimmerman tra metà agosto e inizio settembre del 1982. Per la foto, Jackson volle prendere in prestito un cucciolo di tigre siberiana di sei settimane (che venne poi tagliato via dalla copertina finale ma inserito in alcune versioni dei singoli e nella Special Edition del 2001).

Ma l’aneddoto più curioso riguarda l’abito. Jackson non trovò nulla di convincente nell’enorme guardaroba messo a sua disposizione, ma gli piacque il completo bianco che indossava il fotografo. Resosi conto che avevano la stessa taglia, decise di indossare l’abito di Zimmerman, che si dovette cambiare con uno dei tanti vestiti scartati da Michael.

Jackson si mise in posa sdraiato a terra e Zimmerman scattò varie foto. Il giorno seguente le mostrò a Quincy Jones che, dopo un solo minuto, stava già puntando il dito verso la sua preferita: “Questa è quella giusta, Michael.”

MTV e la rivoluzione dei videoclip

Nel 1981, un anno prima dell’uscita di Thriller, fece la sua comparsa MTV, il primo canale a trasmettere solo video musicali 24 ore al giorno. Ma c’era un problema: MTV trasmetteva solo musica rock di artisti bianchi. Quando Jackson preparò l’elaborato videoclip di Billie Jean, pieno di effetti speciali all’avanguardia, i vertici di MTV rifiutarono di mandarlo in onda.

Walter Yetnikoff, amministratore delegato della Epic/CBS, chiamò i vertici del canale minacciandoli: se non avessero trasmesso il video di Billie Jean, nessun artista della Epic sarebbe più apparso su MTV. Il canale si trovò costretto ad accettare e il video riscosse un successo immediato, portando MTV ai picchi di ascolto più alti dei suoi primi due anni di vita.

Ma il vero colpo di genio doveva ancora arrivare. Il video di Thriller, diretto da John Landis, durò quasi 14 minuti e costò 500.000 dollari, una cifra astronomica per un videoclip. Non era un semplice video promozionale: era un cortometraggio horror con una trama, coreografie elaborate, effetti speciali hollywoodiani e il makeup trasformista di Rick Baker. Jackson si trasformava in un licantropo e poi in uno zombie, guidando un’orda di morti viventi in una coreografia che sarebbe diventata la più imitata della storia.

Il video di Thriller divenne il più famoso di tutti i tempi, contribuendo in modo decisivo al successo stratosférico dell’album. MTV fu letteralmente salvata dal fallimento dai tre video di Thriller. Come dichiarò Rob Tannenbaum, coautore del libro I Want My MTV: “Michael Jackson ha aiutato a salvare la rete dalla chiusura. La sua società madre era pronta a chiudere MTV. I tre video tratti da Thriller uscirono nel corso del 1983 e nei primi tre mesi del 1984, MTV ebbe il primo profitto trimestrale.”

Motown 25: la notte in cui il mondo vide il Moonwalk

Il 16 maggio 1983, Michael Jackson si esibì al Motown 25: Yesterday, Today, Forever, il concerto celebrativo dei 25 anni della Motown. Dopo aver cantato un medley con i fratelli, Michael restò solo sul palco. Indossava un cappello di feltro nero stile fedora, una giacca nera scintillante di paillettes, pantaloni neri, calzini bianchi ricoperti di strass, mocassini neri e un guanto bianco ricoperto di strass alla mano sinistra.

Poi partirono le note di Billie Jean. E Michael fece qualcosa che nessuno aveva mai visto prima: il Moonwalk. Sembrava camminare in avanti scivolando all’indietro, sfidando la gravità e la logica. L’Arena esplose in una standing ovation. Più di 50 milioni di telespettatori assistettero allo spettacolo, ascolti che negli Stati Uniti non si vedevano dai tempi di Elvis Presley e dei Beatles all’Ed Sullivan Show.

L’impatto fu immediato e devastante. Le vendite di Thriller si impennarono drasticamente, arrivando a un milione di copie a settimana. Il disco tornò in vetta alla Billboard Album Chart e non ne scese più per mesi. Quel look e quel passo di danza diventarono il marchio di fabbrica di Michael Jackson per sempre.

I numeri dell’impossibile

Thriller debuttò all’11° posto della Billboard 200 il 25 dicembre 1982 con 166.000 copie vendute nella prima settimana. Grazie al successo di The Girl Is Mine, entrò in Top 10 tre settimane dopo. Il 10 marzo 1983, MTV mise in rotazione il video di Billie Jean e l’album conquistò la prima posizione il 26 febbraio, dopo 15 settimane in classifica.

E lì rimase. Per 37 settimane non consecutive Thriller dominò la Billboard 200, stabilendo un record ancora imbattuto per un album in studio. Trascorse 80 settimane consecutive tra le prime dieci posizioni e rimase in classifica per 412 settimane, quasi dodici anni e mezzo.

Il 7 febbraio 1984, appena un anno dopo l’uscita, il presidente della CBS Records annunciò che Thriller aveva già superato i 25 milioni di copie vendute nel mondo, battendo persino la colonna sonora di Saturday Night Fever. Il Guinness dei Primati lo certificò come l’album più venduto nella storia della musica.

Thriller diventò il primo album a piazzare 7 singoli nella Top 10 della Billboard Hot 100: The Girl Is Mine, Billie Jean, Beat It, Wanna Be Startin’ Somethin’, Human Nature, P.Y.T. (Pretty Young Thing) e Thriller. Jackson divenne il primo artista della storia a conquistare simultaneamente la prima posizione di quattro diverse classifiche di album e singoli americane.

La notte degli otto Grammy

Il 28 febbraio 1984, alla cerimonia dei Grammy Awards, Michael Jackson fece la storia. Thriller ricevette 12 nomination e vinse 8 premi, incluso quello per Album dell’anno. Jackson divenne il primo artista a ricevere 8 statuette in una sola serata, un record che ancora oggi resiste.

Beat It vinse come Registrazione dell’anno e Miglior interpretazione rock maschile. Billie Jean vinse come Miglior interpretazione R&B maschile e Miglior canzone R&B. Thriller vinse come Miglior interpretazione pop maschile. Quincy Jones ricevette il premio come Produttore dell’anno e Bruce Swedien quello per il Miglior ingegnere del suono.

Era l’apoteosi. Michael Jackson aveva 25 anni e aveva appena conquistato il mondo della musica in un modo che nessuno aveva mai fatto prima. Il ragazzino timido dei Jackson 5 era diventato il Re del Pop.

L’eredità che non tramonta

Dopo la morte di Michael Jackson, il 25 giugno 2009, Thriller è rientrato ai primi posti delle classifiche internazionali, vendendo più di 2 milioni di copie in pochi mesi. Nel 2016 l’album ha ottenuto il triplo disco di diamante negli Stati Uniti, il primo nella storia della musica. Nel 2017 ha raggiunto il 33° disco di platino nel paese.

Oggi le vendite globali di Thriller sono stimate in oltre 100 milioni di copie, certificando l’album come il più venduto di tutti i tempi. Nel 2001 è stato inserito nella Grammy Hall of Fame, nel 2007 si è classificato terzo nella Definitive 200 della Rock and Roll Hall of Fame, e nel 2008 è stato incluso nella Biblioteca del Congresso come “Tesoro Nazionale”. Nel 2020 Rolling Stone lo ha inserito al 12° posto nella lista rivista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

Ma i numeri, per quanto impressionanti, non raccontano tutta la storia. Thriller ha cambiato il modo in cui la musica veniva prodotta, promossa e consumata. Ha abbattuto le barriere razziali che dividevano le classifiche e le radio americane. Ha trasformato i videoclip da semplici strumenti promozionali in forme d’arte. Ha dimostrato che un artista nero poteva dominare la musica pop mondiale senza compromessi.

Il disco che fermò il tempo

Quando ascolti Thriller oggi, più di quarant’anni dopo la sua uscita, quello che colpisce non è solo la qualità delle canzoni o la perfezione della produzione. È il senso di inevitabilità che permea ogni nota, ogni arrangiamento, ogni scelta artistica. Sembra che ogni elemento sia esattamente dove doveva essere, che ogni secondo di quell’album fosse destinato a esistere proprio in quella forma.

Michael Jackson voleva creare un album in cui ogni canzone fosse un successo, senza riempitivi. E ci è riuscito. Ma ha fatto qualcosa di più: ha creato un’opera che ha trasceso i confini della musica per diventare un fenomeno culturale globale, un punto di riferimento che ha ridefinito cosa significasse essere una superstar.

La notte del 29 novembre 1982, quando Thriller arrivò nei negozi, nessuno poteva sapere che stava per assistere alla nascita di una leggenda. Ma Michael Jackson, forse, lo sapeva. O almeno lo sperava. Aveva lavorato cinque notti e cinque giorni senza dormire, aveva registrato al buio per evitare distrazioni, aveva missato Billie Jean 91 volte, aveva costruito piattaforme di legno per migliorare la risonanza della sua voce.

Non stava facendo un disco. Stava costruendo un monumento. E quel monumento, ancora oggi, continua a dominare il panorama della musica popolare come una cattedrale impossibile, un’opera d’arte che ricorda al mondo cosa può accadere quando il talento incontra la visione e l’ossessione per la perfezione.

Thriller non è solo l’album più venduto della storia. È la dimostrazione che i sogni impossibili, a volte, si avverano. Basta volerlo abbastanza forte.

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